domenica 29 novembre 2015

Tre giorni (e zero notti) a Washington D.C.

L'organizzazione italiana che mi segue nel mio anno negli USA si chiama
WEP, mentre la mia organizzazione partner qua in New Hampshire si chiama
CHI. Non tutti gli exchange in America hanno la stessa organizzazione, ma
buona parte dei ragazzi in New Hampshire, che siano con WEP che siano con
qualcos'altro, hanno la stessa che ho io. La CHI quaggiù organizza
almeno un'attività al mese per permettere a me e ai miei amici
exchange di riunirci e l'attività di novembre era una gita di tre
giorni a Washington DC. (Per chi non lo sapesse, vero Gino? (Sai che i
love You), Washigton DC sta al confine con la Virginia, East Coast, non
nello stato di Washigton che è Nord West)
È stato pazzesco, grazie parents italiani che mi avete finanziata.
Venerdì sera sono andata a cena a casa di Claudio (messicano) con gli altri
ragazzi, poi io e Laura (belga) siamo rimaste a dormire lì e ci siamo
dilungate a parlare della vita e perché no pure della morte, già che
c'eravamo, fino alle 11.30 di notte. L'unico problema era che il
giorno dopo alle 2.30 del mattino eravamo in piedi "pronte" ad
andare all'aeroporto di Boston in direzione DC.
Siamo arrivati tutti e ventinove (sette italiani, gli altri da vari paesi)
a Washington alle 11 del mattino e abbiamo iniziato a girare e visitarla
in lungo e in largo subito. Giusto il tempo di fare pipì e ci siamo
ritrovati dentro il Congresso, dove creano le leggi della terra dei sogni.
A primo impatto la città in se è stata un po' deludente: mi aspettavo
New York la vendetta, ma è tutta un'altra storia; Washington è molto
europea e non ci sono grattacieli perché nessun edificio può essere più
alto del Washington Monument che assomiglia a un obelisco.
Sono finita per innamorarmene in ogni caso, sarà che è America.
È ampissima, ogni strada è gigante e questo è senz'altro un punto a
favore. Giuro che se non ci fosse il rischio di essere investita solo a pensarci volteggerei senza sosta in mezzo alla strada o comunque ci farei ballare un esercito di ballerine visto che io non sono molto portata.
DC è anche strana perché è molto collinosa quindi alcuni palazzi
sembrano alti ma in realtà sono solo in collina. In ogni caso il Washigton
Monument si vede da ogni angolo della città e la vista da lassù è magica,
mozzafiato.
Il Congresso, la corta suprema, il mausoleo, e ovviamente la
casa bianca, sono bianchi e puliti: Abramo Lincoln svetta all'interno
di quello che assomiglia a un tempio greco e fa venire voglia di seguire
le sue orme ed essere grandi come lui anche solo per avere una statua
grande come la sua. L'unica cosa che farei diversamente rispetto ad Abramo Lincoln sarebbe assicurarmi che la statua venga costruita prima della mia morte, così da piazzarmi di fronte e dire a chiunque passi "EHI SONO IO QUEL GIGANTE VEDI QUANTO SONO IMPORTANTE, AMMIRAMI"
Quando sono arrivata lì io e Marie ci siamo guardate
e"wow it exists": la statua di tutti i film ci osservava con il
suo sguardo fiero. Avrei tanto voluto sedermici in braccio ad Abramo
Lincoln.
Io, Marie, Daniel e Juliette il secondo giorno abbiamo perso la metro, le porte si
sono chiuse in frettissima. Noi quattro a terra con aria stupita, gli
altri che ci facevano ciao con le manine mentre il treno sfrecciava via e
Claudio con lo zaino chiuso mezzo fuori. Siccome non è come a Milano che
la metro passa ogni due minuti bensì ogni venti, ci siamo persi il cambio
della guardia al cimitero militare, ma i nostri amici ci hanno rassicurato
dicendo che era molto molto noioso e che probabilmente è stato più
entusiasmante aspettare nella fantastica metro. Hanno reso l'idea in
pratica.
È un luogo tosto se realizzi che oltre a essere bello, è un cimitero. Io
non ho realizzato: mi risulta impossibile che siano morte così tante
persone, e quasi tutte in guerra. Era una distesa di lapidi bianche e
pure, che sembrava infinita, surreale. Prego davvero che non scoppi una
terza guerra mondiale, di morti ce ne sono già stati troppi.
Per restare in tema, siamo andati nell'incredibilmente grande e triste
museo dedicato all'Olocausto. Non era il primo che vedevo, ma ogni
volta è un colpo al cuore o pugno nello stomaco come se fosse la prima.
Abbiamo visitato il National Treasury, dove fabbricano i soldi e accanto
alle pile di milioni di dollari c'era un cartello che mi ha fatto
schiantare "imagine how I feel making my life salary in less than 3
minutes"
Immagino immagino, vorrei rubartelo il tuo life salary.
Nel tempo libero del primo giorno, tra un mocha frappuccino e l'altro a
Starbucks con la mia dolcissima Marine (belga), sono andata al museo
"air and space" ma ero così stanca che buona parte del tempo
l'ho passata a fissare lo stesso aereo per una ventina di minuti
seduta su una panchina di fianco al bagno degli uomini. Nel tempo libero
del secondo giorno siamo prima stati all'immancabile Hard Rock che
probabilmente dovrà fare rifornimento in fretta se non vuole che il suo
business a DC vada a rotoli perché l'abbiamo svaligiato. Poi Fede
(italiano) ha deciso che per il suo amore per gli animali dovevamo per
forza andare al museo di storia naturale ed effettivamente era molto
bello: sembrava di entrare dentro una savana bloccata nel tempo e nello
spazio. Mi ricordava abbastanza il museo di scienze naturali della mia
amata Milano.
Una cosa fantastica di Washington è che tutti i musei sono gratuiti:
l'unica cosa che richiedono è un controllo rigorosissimo, non si sa
mai che qualche terrorista decida di far saltare in aria pure dei musei.
Ma d'altronde l'ignoranza è una brutta bestia e cosa gliene frega
a gente così ignorante di musei così belli?
La prima sera abbiamo fatto un tour in pullman della città e io tra una
tappa e l'altra ho dormito, che fossero due minuti o mezz'ora,
appena toccavo quel sedile blu mi addormentavo. La seconda sera siamo
stati a un concerto in stile gospel al bellissimo Kennedy Center ma siamo giovani capre per cui io e i miei amici italiani eravamo più concentrati a insegnare frasi tremende a un povero vietnamita al grido di "vuol dire ti amo, davvero" -classico- e appena tornati in
albergo abbiamo deciso di festeggiare, prima andando in piscina in mutande
e reggiseno perché nessuno se l'aspettava di trovare una piscina e di trovarla aperta alle dieci di sera, e poi brindando con acqua e
mangiando popcorn: nei frigo bar degli hotel americani ci si trovano
popcorn. I messicani che ci stavano ospitando alle 2.30 del mattino hanno
deciso di cacciarci dopo vari tentativi vani di fare un caffè -italiano-
decente e dopo varie occhiate così fulminati da parte del tedesco in
stanza con loro, così io, Juliette (francese), Marie (la mia amica belga del post precedente), Ale e Gabriele
(italiani con furore) abbiamo traslocato nella stanza dei vietnamiti e il
loro compagno slovacco. Ci ha aperto lui, confusissimo e fa "hi"
Ale ha sfoderato un sorriso ha 27482 denti e ha chiesto di poter entrare.
Il buon santo Patrick ci ha osservati con aria tra lo sconsolato, il
compassionevole e l'omicida e ha strillato "sure!"
Spalancando braccia e porta. Uno dei due vietnamiti è rimasto scioccato ma
poverino già prima non era molto normale; l'altro non ha fatto una
piega e ci ha accolti come se niente fosse, nonostante dormisse fino a due
secondi prima. Tra pop corn, face time con i miei compagni perché in
Italia era mattina, risate e caos, sono arrivate le 3 am.
Dopo un po' abbiamo lasciato Vietnam e Slovacchia e abbiamo traslocato
al diciassettesimo piano dell'hotel di Arlington e con una bellissima
vista della città da una parte e dei bellissimi ascensori dall'altra,
abbiamo continuato a mangiucchiare popcorn. Annoiati dalla vista della
città e dagli ascensori che cominciavano a diventare parecchio monotoni,
abbiamo deciso di andare a dormire.
Arrivate davanti alla porta della nostra stanza, io, Juliette e Marie siamo
incappate nella classica tragedia da gita scolastica: la perdita delle
chiavi.
Siamo andate in camera dei ragazzi italiani e abbiamo chiesto asilo
politico: le chiavi non si trovavano e alla reception non c'era
un'anima. Dopo una guerra piuttosto imbarazzante basata sul "io
dormo qua non me ne frega niente di voi arrangiatevi dormite nel bagno
dormite su di me ma lasciatami dormire", mi sono tolta le calze a
forma di panda di Marie, pronta per andare a letto, e sono uscite le
chiavi. Non chiedetemi perché avevo le chiavi nelle calze, non ne ho idea.
Fatto sta che alle 4:10 finalmente siamo arrivate in camera. Alle sei è
suonata la sveglia annunciante il nostro ultimo giorno nella capitale. Non
so dove abbiamo trovato la forza anche solo di tenere gli occhi aperti, ma
ce l'abbiamo fatta. Ci siamo goduti fino alla fine ogni angolo della
bellissima Washington e del "bellissimo" hotel in Virginia; ogni
minuto di tre giorni all'insegna dell'amicizia, del turismo, del
divertimento, della bellezza di essere giovani e di essere exchange.

Exchange Family

Qualche sabato fa sono stata a Concord (triste) capitale del regno dei
boschi, con Lucía e Marie-Odile. Lucía è spagnola e Marie belga, e
giustamente perché una spagnola una belga e un'italiana si incontrano
e si incontrano nella capitale peggiore tra le capitali?
È un altro regalo di questa esperienza: amici sparsi per il mondo ma tutti
"ammassati" nel New Hampshire per quest'anno scolastico
piovono come polpette.
Marie era con me durante i primi tre giorni a New York ma non ci siamo
rivolte la parola se non in aeroporto e Newark, New Jersey, direzione
Manchester, New Hampshire: "uer ar iu from?"
"Belgium bat i cant spich englisc veri uel"
"uat?"
Ci siamo incontrate ancora il 4 settembre in una festa in piscina quando la
mia homesickness aveva lasciato spazio all'adrenalina e abbiamo
scambiato due parole; stessa cosa con Lucía che però non avevo mai visto
prima. A questo punto devo ringraziare la tecnologia: io e Lucía da quel
giorno abbiamo iniziato a parlare su snapchat per caso, finché non abbiamo
deciso di incontrarci a Concord anche con Marie che vive nella stessa
cittadina e spesso nella stessa casa di Lucía. Nonostante Concord fosse
davvero deprimente e non ci fosse assolutamente niente da fare, mi sono
divertita tantissimo con quelle due scapole: l'avere in comune un anno
all'estero è una colla potentissima, basta sapere il nome, cercare di
pronunciarlo correttamente e sei a posto, amiche per la vita.
Ci sono persone che viaggiano per turismo, persone che viaggiano sì per
turismo, ma soprattutto per crescere. Noi exchange students, che sia un
anno, sei o tre mesi, siamo tra quelli che viaggiano per crescere -ma da
soli non si cresce proprio per niente. A volte per diventare grandi e
forti c'è bisogno di una Lucía che con il suo accento marcato ti dice
che anche lei fa fatica a fare amicizia con questi americani così
fantastici ma così diversi dagli europei. A volte c'è bisogno di una
Marie che ti dice che anche la sua host sister qualche volta è
insostenibile e che le manca la sua sorella vera anche se in Belgio non
erano nemmeno così tanto legate. C'è bisogno di un Daniel che ti dice
che l'America è un'opportunità e "don't forget that this
is the land of dreams and I'm here for you, part of it".
C'è bisogno di un Ale che ti dà della troia in italiano e alza il medio
in linguaggio internazionale ma intanto ti sorride e dice che dovremmo
vederci più spesso. C'è bisogno di una Marine che dopo tre giorni
insieme ti scrive per dire che le manca il tuo sorriso, c'è bisogno di
una Cristina con un accento romano che fa schiantare che capisce i tuoi
bisogni, costruisce piani giovani e irrealizzabili con te e ti supporta
sempre e comunque.
C'è bisogno di parlare con qualcuno straniero come te che ti capisce
davvero perché sta vivendo l'esperienza enorme che stai vivendo tu
senza sentirsi in colpa perché non dovremmo parlare italiano quasi mai.
C'è bisogno di sapere che non sei sola.
Le persone in Italia ti stanno vicine ma non possono fisicamente; le
persone in New Hampshire ti stanno vicine e c'è pure occasione di
abbracciarsi davvero, non tramite Skype. (Gli americani sono freddissimi,
l'abbraccio è un rito sacro se non snobbato e l'orso abbraccia
tutti che scrive questo articolo soffre la mancanza di specie simili).
Forse questi ragazzi sono la parte migliore dell'esperienza:
l'amicizia è fondamentale. Sarà che siamo umani, nati per morire (Lana
del Rey è il mio mantra) ma anche per amare, costruire legami con altra
gente così uguale ma così diversa.

domenica 1 novembre 2015

Autunno in macchina

In America hanno un concetto diverso di "distanza" di quello che abbiamo noi: ventidue ore in macchina per andare a salutare il padre, dodici per la senior picture, oppure un'ora per andare a fare shopping, quaranta minuti per gli allenamenti di scherma, sono aspetti della vita di tutti i giorni. La macchina, come c'è scritto nel mio sacro libro di governo americano (o educazione civica, same) è stata la rivoluzione della vita degli americani.
I tragitti considerati lunghi in Italia dai trenta minuti in su in macchina per me (che nonostante abbia diciassette anni non posso guidare perché sono qua per studiare, mica per la patente) sono diventati parte integrante della routine ma soprattutto il luogo in cui do' sfogo ai miei pensieri lasciandoli correre in ogni possibile direzione, su ogni possibile strada.
La macchina è il posto in cui ho parlato con la mia host mum per cinque ore (stavamo andando a prendere Sam, mia sorella, a
Long Island) il secondo giorno in New Hampshire, noncurante della pronuncia tremenda e dei complessi; è il posto in cui ho pianto tutte le mie lacrime il quarto giorno in un parcheggio vicino a una spiaggia a Wolfeboro, quando non ce la facevo più a trattenermi e la paura di un'esperienza così grande mi stava distruggendo, al fianco della mia host mum che sorrideva e mi sosteneva.
La macchina è il posto in cui nelle note del telefono scrivo il mio blog.
È la scusa buona per uscire con chiunque perché "in Italy we can't have the license until we're 18, yeah I know it sucks, I really would love to be allowed to drive"
E quindi "OH MAN IT REALLY SUCKS, I'll definitely drive you everywhere, everyday."
Un americano senza macchina, è americano a metà.
Ormai conosco benissimo la strada che percorre il New Hampshire da nord a sud, ed è davvero bello notare di giorno in giorno i cambiamenti delle foglie. Il New England (Stati del Nord Est) infatti è famoso per le foglie dell'autunno con i loro colori e in effetti lo consiglio come posto da vedere almeno una volta nella vita, perché mozza il fiato. Sto iniziando ad amare pure i giorni di pioggia -e chi mi conosce sa quanto mi fa schifo la pioggia- perché il cielo grigio contrasta con l'arancione, rosso, viola, giallo e qualsiasi sfumatura vi venga in mente delle foglie, ed è bellissimo. Esco spessissimo con la mia macchina fotografica al collo anche se ci sono due gradi come temperatura massima perché non voglio perdermi nemmeno un secondo dell'autunno che è e probabilmente sarà il più bello della mia vita; voglio che la bellezza di questo New Hampshire in Ottobre rimanga eterna nelle mie foto.
In macchina prima di iniziare a scrivere questo "articolo" ho pensato a quanto sia fortunata ad avere questa opportunità pazzesca. Due mesi sono volati e non vedo l'ora di vivere gli altri otto al meglio, anche se a volte la prospettiva mi spaventa enormemente. Ancora una volta grazie a tutti quelli che mi hanno permesso di realizzare questo American Dream, preparatevi psicologicamente e fisicamente che appena torno mi metto a studiare per diventare una (pericolosa) guidatrice.

lunedì 19 ottobre 2015

Homecoming Week (5-10 ottobre 2015)


Nessuno sa a cosa serva l’ homecoming e perché esista.
Si sa pero’ che é America, e un liceo americano non é liceo e men che meno non é americano senza l’ homecoming week.
L’ homecoming andava dal 5 al 10 ottobre e ogni giorno dovevamo travestirci in maniera diversa:
lunedì pigiama
martedì’ turisti
mercoledì ragazzi del college (-what does it mean? -have you got an american college sweatshirt? -no, I’m from Italy -well, this could be a problem)
giovedì candidati alla presidenza
e venerdì ogni anno doveva vestirsi del suo colore. Io sono senior, ultimo anno, quindi ero blu dalla testa ai piedi.
Giovedì avevo partecipato relativamente poco alla decorazione del corridoio principale, e non avevo la minima idea di quello che sarebbe stato il risultato finale:
venerdì sono entrata a scuola e mi sono trovata travolta in un gruppo di seniors strillanti di gioia ma anche di tristezza (perche’ il liceo é tutto, lasciarlo per il college é lasciare una vita e iniziarne un’altra, un po’ come me, solo che io sono io e a qualcuno non piacciono i cambiamenti).
Il corrido era una meraviglia. Era diviso in quattro sezioni, una per ogni anno: un oceano formato da animali quali delfini, tartarughe ecc ecc disegnati alla perfezione, stelle filanti verdi e blu penzolanti dal soffitto. Un deserto, il pavimento ricoperto di vera sabbia e con al centro una piramide a dimensioni non reali ma quasi fatta per passarci sotto. Una giungla, pareti ricoperte di verde, animali come per l’oceano, liane verdi ovunque. In conclusione l’”area” dedicata ai seniors, che sono un po’ come eroi: una quindicina tra ragazzi e ragazze in blu riempivano lo spazio sorridenti: i seniors sono il loro stesso mondo, non c’è bisogno di giungle, oceani o deserti in cui classificarli. Un proiettore proiettava sul muro foto di quest’anno e dei tre precedenti, ricordi di cui io sto entrando a far parte; appesi al soffitto c’erano pensieri e parole di tutti noi del quarto anno: “cosa ti mancherà di questa scuola a parte i tuoi amici?” io ho scritto “tutto”.
Le finestre del corridoio che danno sulla mensa che è al centro dell’edificio erano ricoperti di cartelloni che formavano la scritta “2016, wonders seniors”.
Nel pomeriggio sono andata alla partite di football e pallavolo con le mie amiche. Sebbene di football e pallavolo mi interessi relativamente, mi è piaciuto moltissimo:mi sono sentita accolta in una grande famiglia perchè tutti conoscono tutti e tutti mi trattano come se fossi da sempre una di loro. La temperatura era bassissima ma era impossibile avere freddo stretta in mezzo a tutti quei sorrisi.
(Il team di football ha miracolosamente vinto mentre quello di pallavolo ha miracolosamente perso).
In conclusione di una settimana di risate e di festa, sabato 10 ottobre la scuola aveva organizzato una festa nella palestra della scuola.
(la palestra della mia scuola americana e’ il doppio di quella della scuola italiana. Non manca pero’ anche una palestra in stile liceo scientifico g ferraris e una sala tipo palestra della Robur -chi è di Varese può immaginare- giusto per soddisfare chiunque)
Primo “american party”: mi sono preparata a casa di Alex insieme a lei e Casey e ci siamo dirette alla festa strategicamente in ritardo per evitare la fila al gelo: eravamo vestite come per una festa a Ferragosto ma c’erano tre gradi celsius.
Siamo entrate a scuola  e ci siamo tolte le scarpe per non rovinare il pavimento della palestra che è sempre brillantissimo, poi ci siamo immerse nella musica.
Mi sono divertita tantissimo e ho conosciuto un sacco di nuove persone, mi mancavano le feste in stile Italia super loud mischiate alla cultura americana, e so che quando tornerò mi mancheranno gli americani (alle feste e non) in stile “YOU’RE THE ITALIAN GIRL RIGHT? THAT’S AWESOME!”
Se siete “close minded” preparatevi psicologicamente prima di una festa negli USA perchè il twerking qua fa parte della cultura e le ragazze ne vanno particolarmente fiere. Ho evitato di farmi coinvolgere ma prometto che vale la pena andarci comunque perchè fanno morire dal ridere, sto pure rivalutando la mia opinione su Miley Cyrus.

sabato 3 ottobre 2015

Scuola in New Hampshire


Cara Italia,

la scuola Americana vince.

È esattamente come nei film, è la scuola dei sogni.

Vado a scuola dal lunedì al venerdì (riabituarsi al sabato sarà un trauma), dalle 7.25 alle 14.24. Sì, 24, non ho sbagliato a scrivere. Non è nemmeno tanto pesante svegliarsi un’ora prima che in Italia perché qua vado a letto piuttosto presto, non dovendo studiare 567 pagine di scienze, 828 di filosofia, 214 di storia e un migliaio tra italiano e latino.

La scuola è divisa in due semestri: ogni giorno fino a gennaio faccio le stesse quattro materie, ciascuna per circa un’ora e 25 minuti. A metà gennaio cambierò materie e farò quelle per il resto dell’anno, quindi otto materie in totale, e per ognuna il programma di un anno in sei mesi.  Nella maggior parte degli Stati il sistema è diverso, per cui scelgono molte materie che fanno per tutto l’anno in periodi di 45 minuti, un po’ più in stile italiano. All’ inizio credevo che sarebbe stato molto noioso fare le stesse materie ogni giorno e per così tanto tempo, ma ancora una volta NIENTE PREGIUDIZI. I professori non spiegano a ruota libera per tutto il tempo, tra una spiegazione e l’altra ci fanno fare attività pratiche per evitare una dormita di gruppo e sono molto molto simpatici. Cercano di essere le stesse persone sia nella scuola che al di fuori, per cui ci chiamano per nome (se non addirittura per soprannome), se ci vedono giù di morale ci parlano per cercare di aiutarci e sono spessissimo coaches. Il mio prof di fisica ad esempio è l’allenatore della squadra femminile di calcio per cui le ragazze con cui mangio (che sono calciatrici convinte) hanno un ottimo rapporto, quasi di amicizia, con lui.

L’ansia per le verifiche e per le interrogazioni in America non è contemplata.  I test orali non esistono e le verifiche sono semplicissime, tutte crocette: fa ridere come i miei compagni le ritengano difficili, io che sono italiana per ora ho tutte A e sono ritenuta un genio dei migliori. Per ora cerco di non pensare al ritorno in Italia perché per quanto riguarda la scuola, quello sì che mette ansia. I compiti sono pochi (variano leggermente a seconda del livello della materia) perché la scuola stessa promuove sport e clubs pomeridiani, e qua la maggior parte dei ragazzi ha un lavoro serale.

Ci sono tre livelli per ogni materia, Standard, CTP e Advanced Program. La differenza fondamentale è il carico di lavoro da svolgere a casa, gli insegnanti pretendono di più, ma niente pressioni inutili.

Le mie materie di questo primo semestre sono American Government che è davvero molto interessante perché per la prima volta capisco come gira il mondo in cui vivo, English 11 (con i ragazzi un anno più piccoli perché sarebbe difficile partire con il livello più alto), Physics e Environmental Science che è scienze ambientali per cui parliamo di inquinamento e cose così.

Il mio prof di Inglese ha 25 anni, quello di Fisica 65. Fratellone  che mi loda per la pronuncia quasi perfetta e fa di tutto per convincermi a leggere in classe e intervenire per poi complimentarsi, e quasi nonno che mi ama perché ama l’Italia ed è più interessato aa imparare parole in italiano che a insegnarci fisica.

Nel secondo semestre farò USA History, Pre-Calculus, Photography e English 12 (il livello più alto).

L’unico problema qua è che tendono a dividere le materie, nel senso che algebra, geometria, trigonometria e statistica sono quattro materie diverse, così come biologia, anatomia, scienze della terra e chimica. Loro riescono a dividerle nei quattro anni di liceo, ma io che sto qua solo uno farò solo una minima parte del programma italiano in cui matematica e scienze significano una piccola parte di tutto.

A metà giornata ho i 45 minuti di TASC che posso decidere con che prof passare per chiarire eventuali dubbi, mangiare una merendina, socializzare. Ogni ragazzo ogni lunedì programma il suo TASC per i seguenti quattro giorni per cui non sono quasi mai con le stesse persone.

Ci sono quattro turni per il pranzo, che dura 25 minuti, e si può decidere se portarsi il cibo da casa o mangiare i piatti rigorosamente fritti, qualsiasi cosa siano, della  mensa scolastica. Sconsiglio la pizza, perché non è pizza.

I mitici armadietti esistono e sono a prova di bomba per cui ora mezza scuola sa la mia combinazione perché i primi giorni non riuscivo proprio ad aprire quella scatola verde e chiedevo a gente a caso, che o mi prendeva per deficiente o prima di trarre conclusioni cercava di capire come potesse essere possibile che io non fossi capace.

Sono gli alunni a spostarsi da classe a classe mentre i prof stanno immobili ad aspettare sorridenti dietro la cattedra e nei bagni c’è SEMPRE la carta igienica.

 

2 Ottobre 2015


Ogni giorno, o quasi, è una novità qua in New Hampshire. C’è sempre qualcosa di diverso o nuovo che cambia la mia giornata in meglio, dettagli che diventano sorrisi.

Ogni giorno a metà giornata abbiamo un periodo chiamato TASC. Sono quarantacinque minuti da passare con un prof a scelta per fare i compiti o chiedere aiuto, e io il venerdì ho il TASC fisso con la prof di fotografia (anche se sarò nel suo corso solo da gennaio) perché il martedì pomeriggio frequento il “photography club”.

Quindi oggi, durante il mio TASC, ho sviluppato il mio primo rullino. È stata un’emozione grandissima, sia tornare indietro ai tempi in cui il digitale era un sogno,  sia vedere le mie foto prendere vita su un foglio bianco, giochi di luci e di magia.

Nel pomeriggio sono andata al centro commerciale di Portsmouth con Alex e Casey. Le ho conosciute lunedì ad un meeting organizzato dalla scuola per i nuovi studenti: fanno parte dei “peers” ovvero ragazzi del liceo che si occupano di far sentire a casa chiunque, e loro ci sono riuscite alla grande.

Qua, invece del “facciamo un giro in centro” c’è il “let’s go to the mall”, perché in NH boschi e paesini di quattromila abitanti spuntano come funghi, ma di città in cui fare shopping penso ce ne siano tre.

Abbiamo comprato oggetti inutili blu in preparazione della “spirit week”: da lunedì a venerdì tutta la scuola ogni giorno avrà un tema da seguire: lunedì pyjama day, martedì taki tourists e gli altri non me li ricordo a eccezione di venerdì che è il class’ color day; il colore dei seniors è blu, quindi noi tre dovremmo vestirci di blu (che tra l’altro è il mio colore preferito yee) per poi correre all’attesissimo football game, che è sì di routine ma resta sempre speciale e non annoia mai.

Dopo di che c’è stata la disperata ricerca dell’ “homecoming dress”: sabato sera la scuola organizza una festa e le ragazze devono avere rigorosamente un vestito, ma niente tacchi perché rovinano il pavimento della palestra enormemente grande in cui si svolgerà il tutto.

L’altro ieri invece, a proposito di nuove esperienze, sono andata per la prima volta in gita scolastica. Non si prospettava come una gita super entusiasmante essendo downtown ed essendo una gita all’insegna del “vediamo quanto è pulita l’acqua di questo fiume artificiale”, ma ancora una volta la voce nella mia testa che ripete no ai pregiudizi ha vinto: è stato molto interessante e allo stesso tempo divertentissimo. Sono riuscita a socializzare con un sacco di classmates che mi amano a prescindere perché sono italiana e  che mi hanno pregato di insegnare loro le parolacce. Non ho rifiutato ma ho cercato di insegnare loro anche qualcosa di carino però le parolacce hanno avuto la meglio.

sabato 19 settembre 2015

19 Settembre 2015

Sono stata a Manchester, la città più grande del New Hampshire, e la mia host mum ha deciso di portarmi a vedere un museo perché per il resto ci sono più attrazioni nel mio paesino di quattromila abitanti che in questa città da centomila.
Siamo entrate gratis perché viviamo in questo stato e abbiamo visto pezzi di storia dal 1800 al 2015, storie europee e americane, sculture e quadri.
Quando abbiamo girato l'angolo per la terza sala l'ultima cosa che mi aspettavo di vedere era una mostra di fotografie di un grande James Nachtwey. "Afghanistan, Iraq, 9/11."
Le foto del crollo delle torri gemelle hanno avuto sì un impatto molto forte nella mia testa, ma quelle di Afghanistan e Iraq sono state come un pugno. Se tutti i pensieri formassero un muro, la storia di quelle foto e quelle foto stesse, l'avrebbero sfondato al primo colpo.
Avevo già visto molte volte le foto dell'11 Settembre perché in Italia ho molti libri che ne parlano ma non avevo mai pensato nulla di diverso da "li odio li odio li odio con tutta me stessa", in un certo senso non mi ero mai preoccupata di entrare nell'immagine e nel suo contesto.
Come ha detto Sam, la mia host sister, la guerra è un 9/11 ogni giorno.
Le foto della guerra mi hanno fatto riflettere, mi sono salite le lacrime agli occhi e un senso di nausea.
Ho pensato che io ho tutto. Sono felice: i miei genitori e tutte le persone che amo mi hanno permesso di realizzare il mio sogno e di venire negli States per dieci mesi. Ho pensato che io ho delle persone che mi amano e che io amo. Ho pensato che l'unica cosa che mi rende triste qua è la mancanza della mia famiglia e dei miei amici.
Poi ho pensato che il tempo vola, sono qua già da quasi un mese e che loro sono dall'altra parte dell'Oceano ad aspettarmi e che sono felici per la mia felicità perché sanno che vivo in un sogno, in un film.
Non c'è una guerra che ci divide, non devono preoccuparsi per me ogni giorno. Non c'è la paura di non rivedersi più. Ci sono dei campi da golf pazzeschi, non campi pieni di mine in cui  se mi andasse bene perderei una gamba. Ci sono bambini che giocano in strada, non ci sono bambini che se escono di casa vengono uccisi come fossero loro la causa di tutto questo disastro.
C'era una serie caotica di sessanta foto in fila, tutte di  soldati feriti. Ho fatto fatica a guardarle tutte, emanavano perfettamente la sofferenza e la disperazione di quei ragazzi.
Sembra quasi surreale che certe cose così terribili esistano. Sembra quasi surreale pensare a quanto la mia vita sia perfetta rispetto a quella di altre persone come me. Che magari in Afghanistan c'è una ragazza come me che è in una stanza d'ospedale perché suo fratello è stato ferito a morte. Non ha assolutamente niente di diverso da me ma è nata nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Sono fortunata perché la guerra è una realtà lontanissima da me, sia qua che in Italia.
La guerra più grande che ho combattuto è stata per avere un cane oppure quella per non farmi lasciare dal mio fidanzato. Le ho perse entrambe (in questo momento ci sto ridendo sopra) ma sono viva dentro un sogno.
Vorrei così tanto che cessassero il fuoco in tutto il mondo, vorrei tanto che tutti potessero avere le opportunità che ho io. Spero che in futuro la guerra diventi una realtà del passato, bloccata nelle fotografie.
Quelle foto mi sono entrate in testa, nel cuore e nell'anima. Mi hanno mostrato una realtà che non dovrebbe esistere, mi hanno fatto pensare molto più di quanto mi facciano pensare certi articoli di giornale.
È per questo che amo la fotografia, parla. Ogni foto mostra la sua storia, mostra come gira una parte di mondo. Attraverso gli occhi dei soldati e delle loro famiglie ogni foto chiedeva e chiede disperatamente aiuto per un futuro migliore.
Le foto sono emozioni e riflessioni materializzate.
So che non cambierò il mondo e non fermerò la guerra scrivendo queste cose, ci tengo solo a esprimere quello che penso e a ringraziare per avermi fatto nascere in Italia e non in Iraq, per avermi permesso di realizzare il mio sogno. Il modo migliore per capire i miei pensieri e imparare ad apprezzare la realtà in cui viviamo però è quello di guardare quelle foto, dovrebbero essere ovunque su internet. Se avete voglia di riflettere, cercate fotografie di James Nachtwey.